un adolescente in fiore

scritto da frax19
Scritto 11 mesi fa • Pubblicato 11 mesi fa • Revisionato 10 mesi fa
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questo è il primo capitolo, più che un capitolo è un introduzione;del mio primo tentativo di scrivere un romanzo. fatemi sapere con i commenti se possono essere fatte delle migliorie o se vi piace
- Nota dell'autore frax19

Testo: un adolescente in fiore
di frax19

Capitolo 0

Terra fuggiva dal palmo della mano di Aurelio, che chino sul terreno la osservava ricongiungersi e mischiarsi con il resto di essa, con un movimento fluido e continuo proprio come una cascata, o perlomeno così a lui appariva.

Non si lasciava sfuggire quell’intenso odore che l’aveva accompagnato sin da piccolo, un profumo di pace e sincerità, sapeva che non l’avrebbe mai tradito, no, la terra non lo avrebbe mai tradito.

-Aurelio! Aurelio!

Una voce roca sopraggiungeva dall’altro capo del campo, tutto fuorché che calma, ma il ragazzo immerso nei suoi pensieri non se ne accorse, continuava imperterrito ad osservare quel bruno e scialbo quadro come fosse una delle meraviglie del mondo; e per lui lo era davvero.

-Aurelio che stai facendo, dobbiamo ancora finire di ricalzare e tu stai lì fermo, muoviti o vengo là io!

-eccomi eccomi pa’ ora continuo, scusami

Sapeva già che gli sarebbero toccati due bei scappellotti prima di pranzo, un bel condimento amaro da gustare a capo chino, ma ormai non li sentiva neanche più, ci aveva fatto il callo.

Una serie di mugolii avvertivano il ragazzo della propria fame, era quasi ora di pranzo ed il corpo lo sapeva benissimo, un orologio ineffabile.

-È pronto, venite a mangiare!

Quattro vocaboli così semplici e di uso comune, ma per Antonietta, la mamma di Aurelio e i suoi 4 fratellini, era una delle poche frasi che costituivano il suo vocabolo; molto probabilmente aveva parlato meno lei in tutta la sua vita che un ragazzino nella fase adolescenziale.

Solo Aurelio si era salvato, gli altri erano stati fatti con lo stampino a sentire la nonna: con quelle gambe più simili a zampe, troppo lunghe per quei busti acerbi e striminziti; con le quali non facevano altro che correre, correre e correre su e giù per la casa e poi per i campi per infine tornare in casa, portando insieme a loro tutto il sudiciume accumulato per poi accoccolarlo dolcemente nel bel pavimento, per la felicità della mamma.

Qualsiasi cosa accadesse pagava solo ed esclusivamente il maggiore, il povero Aurelio, troppo buono per stare in quella casa, troppo ingenuo per stare in questo mondo.

Il giudice ed esecutore era sempre il padre, Giovanni, figlio del signor Pellegrini, il latifondista della zona eletto da sé medesimo barone; tutte le terre dell’Agro Pontino erano le sue, zone prettamente paludose, poco fruttuose come il carattere del padre, una mezza sega a sentire Giovanni.

Era cresciuto lì, con tutti i benefici e vantaggi del caso, rispettato più per paura e disprezzo che per altro e sicuramente il carattere non incentivava la cosa: borioso e nullafacente, bighellonare in giro e andare a caccia di ragazze era il suo impiego a tempo pieno.

Fino a quando a 18 anni non mise incinta la ragazzetta del testone, si proprio lei, Antonietta, figlia del poro Peppe, mezzadro da sempre ai servigi del barone Pellegrini.

Quando la cosa si venne a sapere, oltre allo scandalo generale, portò con sé la rovina del ragazzo:

-brutto imbecille, ma come t’è venuto in mente di mettere incinta quella zoticona, se ti piace stare con i poveracci resta con loro, non t’azzardare a farti più vedere, miserabile.

Questo Giovanni non se l’era mai scordato, se lui era finito così, a trent’anni dimostrarne cinquanta, tutto sdentato e mezzo zoppo, la colpa era di uno e uno solo, di quel bastardo del figlio, Aurelio, la quale colpa era di essere nato senza essere voluto né amato.

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